CREA - Centro di Ricerca e Ambulatori

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21/04/2013

“ABORTO POST-NASCITA” ED “EUTANASIA INFANTILE”: UN DRAMMATICO PARADOSSO PER I NEONATI CON GRAVE DISABILITÀ INTELLETTIVA

Dalla pubblicazione del Protocollo Groningen, redatto dai pediatri olandesi Verhagen e Sauer nel 2005, le posizioni a favore dell’interruzione della vita del neonato con gravi disfunzioni cognitive si sono moltiplicate in tutto il mondo. Il dibattito sull’eutanasia infantile risulta da alcuni anni particolarmente acceso tra bioeticisti, filosofi e medici.
Molti dei sostenitori dell’interruzione della vita, opinabilmente definita come eutanasia, si basano sulla concezione dell’infante come di un essere umano non ancora persona, in quanto temporaneamente privo di intenzioni e prospettive future, di piena consapevolezza di sé e degli altri.
Secondo i premi Nobel Francis Crick e James Watson nelle prime 48 ore successive al parto il bambino non sarebbe ancora pienamente “persona” e dunque l’interruzione del suo sviluppo avrebbe un significato diverso dall’infanticidio.
Condividono questa prospettiva anche i professori Steven Pinker, docente di Psicologia all’Università di Harvard, e Richard Dawkins, etologo dell’università di Oxford.
In un saggio sulla rivista Journal of Applied Philosophy, intitolato “Consciousness and the Moral Permissibility of Infanticide”, i filosofi Nicole Hassoun e Uriah Kriegel ritengono ragionevole che in alcuni casi i neonati non siano coscienti e che sia dunque lecito porre fine intenzionalmente alla loro esistenza. Altri studiosi hanno esteso la possibilità di ricorrere all’eutanasia in tutti quei casi in cui alcune caratteristiche dell’infante siano potenzialmente antitetiche a un’esistenza dignitosa e di qualità.
Il dottor Hugo Engelhardt jr, autore di un noto manuale di bioetica, ritiene che il dovere di tutelare la vita di un neonato si riduca proporzionalmente al diminuire delle sue possibilità di successo nella vita e della qualità dell’esistenza e all’aumentare del costo per il raggiungimento di standard ottimali.
Il filosofo britannico Jonathan Glover già negli anni ’70, bypassando il valore intrinseco della vita e della coscienza di sé, pensava all’eutanasia come a una via praticabile nei casi in cui l’autonomia del neonato fosse inficiata dalle sue condizioni cliniche.
Peter Singer, docente di filosofia morale dell’Università di Princeton, direttore del Centre of Human Bioethics di Melbourne e presunto fondatore delle teorie sull’eutanasia infantile in Europa, ritiene che “molti esseri che sono consapevoli e capaci di provare piacere e dolore non sono razionali e quindi non sono delle persone […] Molti animali non umani rientrano in questa categoria, alcuni infanti e altri con deficit mentali […] Provocare la morte di un bambino disabile non equivale moralmente a provocare la morte di una persona. A volte non è per niente sbagliato.” Per il filosofo australiano non tutte le vite avrebbero lo stesso valore e la gravità di un omicidio sarebbe direttamente proporzionale al desiderio della persona di continuare a vivere, nonché alla qualità potenziale della sua esistenza. L’etica della “sacralità della vita” viene sostituita da Singer con quella della “qualità della vita”, secondo la quale non è la vita in sé a essere inviolabile, ma le scelte di un essere senziente, autocosciente e capace di pianificare il proprio futuro.
Questa posizione estrema sta trovando un numero crescente di consensi. Alcuni tra i più autorevoli sono quelli del già citato professor Dawkins, di Joy Delhanty, docente di Genetica all’Università di Londra, di Richard Nicholson, redattore del Bulletin of Medical Ethics, di Jeff McMahan, professore di filosofia dell’Università di Rutgers e di Helga Kuhse, filosofa utilitarista cofondatrice del Centre for Human Bioethics dell’Università Monash.
Purtroppo non si tratta solo di discussioni filosofiche: un paio di mesi fa il British Medical Journal ha rivelato che in Gran Bretagna il Liverpool Care Pathway (LCP), protocollo per l’eutanasia seguito dai medici ospedalieri, viene applicato da tempo anche ai bambini con disabilità.
Che “l’essere ‘umano’ non sia di per sé una ragione sufficiente per attribuire a qualcuno il diritto alla vita”, è stato affermato anche da Alberto Giubilini e Francesca Minerva, ricercatori italiani operanti attualmente in Australia, in un saggio dal titolo “After-birth abortion: why should the baby live?”, pubblicato sul Journal of Medical Ethics. “Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita […] Alle idee di Singer di trent’anni fa, quando non eravamo nemmeno nati, noi abbiamo aggiunto solo un pezzetto: il fatto che non occorra che il neonato sia disabile per poterlo uccidere”, ma che sussista per esempio un problema economico o di altra natura per la famiglia.
Per chi, come gli estensori di questo articolo, crede che la disabilità intellettiva rappresenti una grande risorsa per l’umanità queste posizioni risultano inaccettabili e fortemente pericolose. Esse sembrano riproporre costumi in auge nel mondo precristiano, quando i bambini affetti da disabilità venivano abbandonati sul monte Taigeto a Sparta o gettati dalla rupe Tarpea di Roma, con l’aggravante di trovare motivazioni nell’esasperazione contemporanea del positivismo efficientistico, dell’individualismo e dell’utilitarismo. All’opposto dell’impulso evolutivo che ha portato l’organizzazione delle Nazioni Unite alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del disabile, nuove ideologie tornano ad attribuire alla dignità dell’esistenza connotati d’efficienza cognitiva, d’autonomia e d’utilità socio-economica.
Al processo di Norimberga il segretario di Stato Lammers ricordò il punto di vista di Hitler sull'eutanasia: "… riteneva giusto eliminare le vite prive di valore dei malati mentali gravi attraverso interventi che ne inducessero la morte. Se ben ricordo portò ad esempio le più gravi malattie, quelle che consentivano di far stare i malati solo sulla segatura o sulla sabbia perché, altrimenti, si sarebbero sporcati continuamente, oppure i casi in cui i malati ingerivano i propri escrementi e cose simili. Ne concludeva che era senz'altro giusto porre fine all'inutile esistenza di tali creature e che questa soluzione avrebbe consentito di realizzare un risparmio di spesa per gli ospedali, i medici e il personale".
Con questo ordine la macchina per l'eliminazione fisica dei disabili mentali trovò la sua copertura giuridica.
Parole ancora più utili da riportare per aiutare i promotori dell’eutanasia per i neonati con grave disabilità intellettiva a comprendere l’assurdità del loro pensiero sono quelle di Eva Feder Kittay, ordinario di filosofia alla Stony Brook University e madre di una bimba con disabilità intellettiva: “… Noi, i suoi genitori, eravamo degli intellettuali. Io mi dedicavo alla vita della mente. Non c’era niente a cui io tenessi di più che alla capacità di ragionare, riflettere e capire. Come avrei fatto a crescere una figlia che non avrebbe mai preso parte a tutto questo? Se la mia vita prendeva significato dal pensiero, che significato avrebbe avuto la sua vita? Eppure durante tutto questo periodo non mi venne neanche lontanamente l'idea di abbandonare Sesha, di metterla in un istituto, di pensare a lei in termini diversi da mia figlia. Lei era mia figlia. Io ero sua madre. Quella era la cosa fondamentale. Il suo danno non intaccava in nessun modo il mio amore per lei. Se aveva un qualche impatto su quell'amore era solo per intensificarlo. Era così vulnerabile. Avrebbe avuto bisogno di tanta protezione e di tanto amore da parte nostra per trovare rifugio dalla derisione del mondo, dai suoi pericoli, dalla sua indifferenza, dall'incapacità del mondo di capire lei e la sua umanità. Non avevamo ancora realizzato quanto ci avrebbe insegnato, ma sapevamo già che avremmo imparato qualcosa. Ciò che noi credevamo, che noi giudicavamo, che noi - e soprattutto io - ritenevamo fosse il fulcro dell'umanità, la capacità di pensare, di ragionare, non lo era, non lo era per niente.”

RINGRAZIAMENTI

Gli autori ringraziano la dott.ssa Daniela Scuticchio, psicologa AMG e ricercatrice CREA, per la revisione e per la sintesi della letteratura sull'argomento ed il dott. Nicola Panocchia, dirigente medico del Policlinico Gemelli, per la partecipazione alle riflessioni che hanno originato questo articolo.

RIFERIMENTI

- de Jong, TH. (2008). "Deliberate termination of life of newborns with spina bifida, a critical reappraisal". Childs Nerv Syst. 24 (1): 13–28.
- Kittay, EF. (2010). La cura dell’amore. Donne, uguaglianza, dipendenza. Milano, Vita e Pensiero.
- Kodish, E. (2008). "Paediatric ethics: a repudiation of the Groningen protocol". The Lancet 371 (9616): 892–893.
- Singer, P. (2001). La vita come si dovrebbe. Feltrinelli editore.
- Verhagen, E., Sauer, PJ. (2005). "The Groningen protocol-euthanasia in severely ill newborns". N Engl J Med 352 (10): 959–62.



Marco O. Bertelli e Leandro Lombardi